Quando si parla di violenza di genere, l’immaginario collettivo è piuttosto univoco: la vittima è donna, l’aggressore è uomo. Eppure, dietro il rumore mediatico che amplifica – giustamente – la violenza maschile contro le donne, si nasconde una realtà sommersa, quasi tabù: quella degli uomini che subiscono violenza da parte delle proprie partner.

Riconoscere questo fenomeno non significa sminuire la gravità della violenza sulle donne, né negare la matrice patriarcale della società. Significa, piuttosto, completare il quadro, accendere una luce su chi resta nell’ombra, e smantellare stereotipi che impediscono a chiunque, indipendentemente dal genere, di chiedere aiuto.
Che cos’è la violenza femminile sugli uomini e come si manifesta?
La violenza di genere non ha esclusiva di sesso. Anche gli uomini possono essere vittime di abusi da parte dalle proprie compagne, mogli o ex partner. Si tratta di un fenomeno multiforme che include violenza fisica, psicologica, sessuale ed economica, proprio come accade per le donne. Ma c’è una differenza sostanziale: mentre la violenza sulle donne è ampiamente riconosciuta e denunciata – seppur ancora insufficientemente contrastata –, quella sugli uomini rimane largamente invisibile.
I dati parlano chiaro. Secondo un’indagine Istat, in Italia più di tre milioni di uomini (nello specifico 3 milioni 754mila) hanno subito molestie o violenze sessuali nel corso della loro vita, come evidenziato dall’articolo scritto dall’Avv. Stefania Crespi. Si tratta di cifre che non possono essere ignorate, eppure restano confinate ai margini del dibattito pubblico.

Le forme della violenza femminile sugli uomini
Questo tipo di violenza si manifesta in forme diverse, spesso sottovalutate o non riconosciute come tali. Quella psicologica ed economica è la più diffusa: umiliazioni, critiche continue sul lavoro poco remunerativo, paragoni con altri uomini di successo, denigrazioni. Come emerge da una ricerca italiana citata nel documento «Codice Rosso: quando l’uomo è vittima», le donne tendono a esercitare verso gli uomini un’aggressività di tipo indiretto, più subdola, che mira a colpire la dignità personale, a sminuire e a rendere la vittima succube.
La violenza economica aggiunge un ulteriore livello di controllo: gestione esclusiva delle finanze familiari, coercizione economica, privazione di risorse, minacce legate al denaro. In molti casi, l’uomo viene spinto a lavorare oltre le proprie capacità economiche per soddisfare le richieste della partner, finendo in una condizione di dipendenza e soggezione.
Ma c’è un ambito in cui la violenza femminile assume contorni particolarmente drammatici: quello dell’affidamento dei figli. Secondo i dati Istat, in Italia l’affidamento esclusivo al padre avviene solo nell’1,9% dei casi di divorzio. Sebbene la maggior parte degli affidamenti sia formalmente congiunto, la realtà è ben diversa: i padri vedono i figli solo per meno della metà del tempo, trascorrendo con loro in media due fine settimana al mese, un pomeriggio a settimana e due settimane d’estate.
Questa disparità tra madre e padre non è solo una questione di tempo, ma rappresenta una forma di violenza istituzionale che priva i padri del diritto alla genitorialità e i figli del diritto alla bigenitorialità.

Il ruolo nella società contemporanea: stereotipi e invisibilità
La società contemporanea fatica a riconoscere la violenza femminile sugli uomini per una serie di ragioni culturali profondamente radicate. In cima a tutte c’è lo stereotipo dell’uomo forte che non può essere vittima perché deve essere capace di difendersi, gestire e controllare. Questa visione, frutto della «mascolinità tossica», impone agli uomini un modello di comportamento rigido: devono essere forti, emotivamente freddi, dominanti, competitivi. Esprimere fragilità, paura, dolore è considerato segno di debolezza.
Questo stigma sociale ha conseguenze devastanti. Gli uomini vittime di violenza spesso non denunciano e non chiedono aiuto. Vergogna per il fallimento come uomo o marito, paura di non essere creduti, timore di essere ridicolizzati o addirittura accusati di essere loro stessi gli aggressori sono i motivi più comuni del silenzio maschile sul fenomeno.

A questa barriera interna si aggiunge l’assenza di supporto istituzionale. Mentre esistono centri antiviolenza per donne in tutta Italia, i servizi dedicati agli uomini sono quasi inesistenti. Organizzazioni come l’Associazione Perseo rappresentano eccezioni isolate in un panorama pressoché vuoto.
Molte narrazioni tendono a rimuovere la soggettività della vittima maschile, producendo un’ulteriore operazione di dominio. Quando un uomo denuncia, rischia di essere percepito come meno virile, meno credibile, meno meritevole di tutela. In alcuni casi, i servizi sociali e le forze dell’ordine non sanno come rispondere, mancano protocolli specifici, e l’uomo si ritrova in una condizione di vittimizzazione secondaria, subendo un trauma aggiuntivo proprio da parte delle istituzioni che dovrebbero proteggerlo.

Dati, problematiche e punti meno noti
Uno degli aspetti meno noti della violenza femminile sugli uomini riguarda gli autori delle violenze. L’Istat ha rilevato che la maggior parte degli autori di molestie a sfondo sessuale sugli uomini sono operate da altri uomini, mentre solo il 20% è perpetrato da donne. Tuttavia, per alcune tipologie di violenza, come le molestie tramite social network, la percentuale di donne autrici sfiora il 50%.
Un altro punto critico riguarda le conseguenze sulla salute mentale. Gli uomini vittime di violenza domestica soffrono di PTSD, depressione, disturbi d’ansia e ideazione suicidaria con tassi paragonabili, se non superiori, a quelli delle donne vittime.

Ma c’è un dato ancora più allarmante: il rischio di suicidio. Secondo l’Istituto di ricerca Eures il rischio di suicidio per gli uomini divorziati è tre volte superiore rispetto agli uomini sposati, sale a cinque volte per gli uomini separati. Questa tendenza suicidaria è spesso legata non solo alla violenza subita, ma anche alla perdita dei figli, alle difficoltà economiche imposte da sentenze che stabiliscono assegni di mantenimento superiori alle effettive possibilità e all’isolamento sociale. Con l’avanzare della relazione, molti uomini investono sempre meno nelle amicizie, affidandosi alla compagna come fonte primaria di supporto emotivo. Quando la relazione finisce, si ritrovano soli, senza una rete di sostegno, con un profondo senso di vergogna e umiliazione.
Un ulteriore aspetto poco discusso è quello della violenza reciproca o bidirezionale. Numerose ricerche dimostrano che in molte coppie entrambi i partner agiscono e subiscono comportamenti violenti. Questo pattern è particolarmente comune nella cosiddetta “violenza situazionale di coppia”, che emerge da conflitti che degenerano in assenza di un intento sistematico di dominazione. Parlare di violenza reciproca non significa negare l’esistenza della violenza di genere o equiparare le due situazioni, ma riconoscere che le dinamiche relazionali sono complesse e che la confusione tra ruolo di vittima e autore può ostacolare la richiesta di aiuto per entrambi i partner.
Infine, c’è la questione delle false denunce. Secondo un report della Polizia di Stato si stima che nelle separazioni c’è spesso la volontà di “togliere di mezzo” l’altro genitore, con strategie che includono denunce strumentali per violenza. Questi numeri – contestati e controversi – vanno maneggiati con estrema cautela, perché rischiano di alimentare narrazioni che delegittimano tutte le denunce di violenza. È fondamentale distinguere tra casi reali di strumentalizzazione e la ben più ampia realtà di donne che ritirano le denunce per paura, dipendenza economica o emotiva. Tuttavia, negare completamente il problema delle false accuse significa ignorare una forma di violenza psicologica e istituzionale che colpisce alcuni uomini, con conseguenze drammatiche sulla loro vita e sul rapporto con i figli.

Verso un cambio di paradigma
Riconoscere la violenza femminile sugli uomini non è un atto di revisionismo o di minimizzazione della violenza sulle donne. È, al contrario, un atto di coerenza. Se davvero vogliamo costruire una società basata sull’uguaglianza, sul rispetto e sulla tutela dei diritti umani fondamentali, non possiamo permetterci di ignorare una parte delle vittime solo perché non rientra nel nostro schema narrativo consolidato. Parlare di inclusività, infatti, significa dare voce a tutte le marginalità, anche quelle meno visibili, anche quelle che disturbano.
Serve un cambio di paradigma culturale. Dobbiamo smantellare gli stereotipi di genere che imprigionano tanto le donne quanto gli uomini, riconoscendo che la fragilità non è debolezza, che chiedere aiuto non è sintomo di inadeguatezza, che la violenza è violenza, indipendentemente dal genere di chi la agisce e di chi la subisce. Serve investire in servizi di supporto per uomini vittime, creare protocolli di intervento specifici, formare operatori sociali e forze dell’ordine affinché sappiano riconoscere e gestire questi casi senza pregiudizi.
Serve, soprattutto, rompere il silenzio. Parlare di violenza femminile sugli uomini non è un attacco al femminismo, non è un modo per sminuire la lotta delle donne. È un modo per completarla, per renderla davvero universale. Perché finché continueremo a dividere il mondo in vittime e carnefici sulla base del genere, continueremo a lasciare nell’ombra chi soffre senza avere il “permesso” di farlo.
E questa non è uguaglianza. È solo un’altra forma di gabbia.