Se negli ultimi tempi avete sentito parlare di guerra, Iran, petrolio e benzina che aumenta, ma non avete capito bene cosa stia succedendo, siete nel posto giusto. Quello che sta accadendo in Medio Oriente è una delle crisi più gravi degli ultimi decenni, e anche se sembra lontano, ha conseguenze dirette sulla nostra vita quotidiana. Proviamo a capirci qualcosa insieme, partendo dall’inizio.
L’Iran prima dell’attacco: un paese in ginocchio
Per capire cosa sta succedendo, bisogna fare un passo indietro. L’Iran è un paese enorme, con quasi 90 milioni di abitanti, governato da un regime religioso che dura dal 1979, quando la rivoluzione rovesciò il re, lo Scià, e mise al potere gli ayatollah, i leader religiosi sciiti. Da allora, l’Iran è una Repubblica Islamica: un sistema dove la politica è strettamente legata alla religione e dove la figura della Guida Suprema ha più potere di chiunque altro, compreso il presidente.

Negli ultimi decenni questo sistema ha iniziato a mostrare tutte le sue crepe. L’economia iraniana era già in crisi da tempo, schiacciata dalle sanzioni internazionali – punizioni economiche imposte da altri paesi, soprattutto dagli Stati Uniti – che impedivano all’Iran di commerciare liberamente. La moneta locale, il rial, aveva perso quasi tutto il suo valore: per farvi un’idea, un televisore a Teheran costava quanto quattro anni di affitto. L’inflazione, cioè l’aumento generalizzato dei prezzi, era arrivata al 40%: le persone facevano fatica a comprare il pane.
A tutto questo si aggiungeva una forte rabbia popolare. Nel 2022, una ragazza di 22 anni di nome Mahsa Amini era stata arrestata dalla Polizia Morale perché non indossava correttamente il velo. Tre giorni dopo è morta in circostanze mai chiarite. La sua morte ha scatenato una rivolta enorme in tutto il paese, guidata soprattutto da ragazze e donne, sotto lo slogan «Donna, Vita, Libertà». Il regime ha risposto con una repressione durissima: oltre 500 morti e quasi 20.000 arresti. Ma la voglia di cambiamento non si è mai spenta.

Tra dicembre 2025 e gennaio 2026, le proteste sono esplose di nuovo. Questa volta la miccia è stata il crollo della moneta iraniana e la povertà dilagante: i commercianti del Gran Bazar di Teheran – il cuore economico della città – hanno chiuso i negozi per protesta, trascinando tutto il paese. In poche settimane, milioni di persone sono scese in piazza chiedendo non più solo riforme, ma la fine del regime. I giovani in piazza non volevano aggiustare il sistema: volevano eliminarlo del tutto. Amnesty International ha denunciato una repressione brutale, con migliaia di morti tra i manifestanti. Il regime ha tagliato internet per oltre venti giorni e ha usato le armi contro la folla.
In pratica, quando è arrivato l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele, l’Iran era già un paese in ginocchio: economicamente devastato, con un popolo che chiedeva libertà e un regime che si reggeva solo sulla violenza.

L’attacco: cos’è successo il 28 febbraio 2026
Per capire l’attacco, bisogna partire da un altro pezzo della storia: il programma nucleare iraniano. Da anni Israele e gli Stati Uniti temevano che l’Iran stesse costruendo armi atomiche. Già a giugno 2025 c’era stata la Guerra dei 12 giorni, in cui Israele aveva bombardato diversi siti nucleari iraniani e gli USA erano intervenuti colpendo gli impianti chiave di Fordow, Natanz e Isfahan. Quel conflitto si era chiuso con un fragile cessate il fuoco, ma la pace non era mai arrivata davvero.
Nei mesi successivi, mentre l’Iran cercava di ricostruire le proprie capacità militari, si sono svolti dei negoziati a Ginevra per provare a risolvere la questione con la diplomazia. Ma i colloqui sono falliti: gli Stati Uniti chiedevano all’Iran di rinunciare completamente all’arricchimento dell’uranio, e l’Iran rifiutava. Il 27 febbraio, il presidente americano Donald Trump ha commentato l’esito negativo dei negoziati dicendo che «a volte bisogna usare la forza».

Il giorno dopo, il 28 febbraio 2026, è iniziato tutto. Alle 9:40 del mattino ora locale, Israele ha lanciato l’operazione «Ruggito del Leone» e gli Stati Uniti «Furia Epica»: un attacco congiunto massiccio contro l’Iran, con bombardamenti via aria e via mare. I primi missili hanno colpito Teheran, la capitale, in particolare le aree vicine agli uffici della Guida Suprema. Nel corso della giornata, sono stati decine gli obiettivi in tutto il paese: basi militari, siti nucleari, ma anche civili. Una scuola elementare femminile a Minab, nel sud del paese, è stata distrutta durante l’orario scolastico: secondo i media iraniani, le vittime sono state circa 170, quasi tutte bambine. UNICEF ha confermato la morte di 168 bambine in quell’attacco.
La notizia più sconvolgente è arrivata in serata: Ali Khamenei, la Guida Suprema dell’Iran, è stato ucciso nei bombardamenti. La conferma è arrivata prima da fonti israeliane, poi dalla stessa televisione di stato iraniana. Con lui sono morti diversi familiari e importanti capi militari. Lo Stato ha proclamato 40 giorni di lutto nazionale.

L’Iran ha risposto lanciando missili e droni contro Israele – colpendo Gerusalemme, Tel Aviv e Haifa – e contro le basi americane nei paesi del Golfo: Qatar, Bahrein, Kuwait, Emirati Arabi Uniti. Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno anche annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz, un passaggio marittimo strettissimo tra Iran e Arabia Saudita attraverso cui passa circa il 20% del petrolio mondiale.
Dopo la morte di Khamenei, l’Iran ha formato un governo provvisorio di tre persone per gestire la transizione. L’8 marzo, il figlio di Khamenei, Mojtaba, è stato eletto nuova Guida Suprema, ma la situazione resta caotica.
Ad oggi, dopo poco più di un mese di guerra, il bilancio è pesantissimo: oltre 3.528 tra civili e militari iraniani uccisi, più di 33.000 feriti, oltre 8.000 case distrutte, circa 63 scuole danneggiate e 35 tra ospedali e centri sanitari colpiti.
Le conseguenze: cosa cambia per noi
Adesso arriva la parte che ci riguarda più da vicino: cosa c’entra tutto questo con la nostra vita quotidiana? C’entra eccome, e il motivo principale è solo uno: il petrolio.
Lo Stretto di Hormuz, che l’Iran ha minacciato di chiudere (e in parte ha chiuso), è un corridoio largo appena 33 km attraverso cui ogni giorno passano circa un quinto di tutto il petrolio consumato nel mondo. Quando quel passaggio si blocca, il prezzo del petrolio schizza alle stelle, perché ce n’è meno disponibile sul mercato e tutti lo vogliono.

Nei giorni successivi all’attacco, il prezzo del petrolio è aumentato in modo significativo. Anche il prezzo del gas naturale è esploso, con le tariffe in Europa che potrebbero raddoppiare.
Gli effetti si sono visti immediatamente. Il prezzo della benzina è salito rapidamente: dal 27 febbraio al 6 marzo, il gasolio è passato da circa 1,72 a quasi 1,80 euro al litro, con punte vicine ai 2 euro in alcune zone. Mentre la benzina ha superato 1,80 euro al litro in diverse regioni. Se il conflitto dovesse durare a lungo, gli analisti avvertono che potremmo vedere rincari di 30-40 centesimi al litro. In autostrada, i prezzi sono già oltre i 2 euro per il servito.
Ma non è solo questione di benzina. Quando il petrolio costa di più, costano di più anche i trasporti. E quando i trasporti costano di più, costa di più tutto ciò che viene trasportato: cibo, vestiti, materiali. Si chiama «effetto a cascata».
L’impatto sull’Europa
Le borse europee sono crollate, bruciando oltre 300 miliardi di euro in pochi giorni. C’è poi la possibilità di una nuova crisi migratoria in Europa. L’Iran ha quasi 90 milioni di abitanti, e se il paese precipitasse nel caos totale, milioni di persone potrebbero cercare di fuggire. La Turchia, che confina con l’Iran, sarebbe il primo paese colpito, e da lì le rotte migratorie portano verso l’Europa.
Infine, c’è la dimensione geopolitica. I paesi europei sono divisi: la Spagna ha condannato l’attacco e ha negato l’uso delle proprie basi militari agli americani, la Francia ha aumentato le proprie capacità nucleari e riposizionato la portaerei, l’Italia ha scelto una posizione cauta cercando di mediare, la Germania è spaccata al suo interno tra chi appoggia e chi critica l’operazione. La Russia ha condannato l’attacco definendolo un’«aggressione armata», mentre la Cina, che comprava gran parte del petrolio iraniano, è tra i paesi più danneggiati dalle mancate forniture.

Perché tutto questo conta
Quello che sta succedendo in Iran non è solo una guerra lontana. È un evento che sta ridisegnando gli equilibri del mondo in cui viviamo. Ci ricorda che tutto è connesso: un missile che cade a Teheran può far salire il prezzo della pasta al supermercato sotto casa. Un regime che cade può cambiare le rotte migratorie. Una decisione presa a Washington può far tremare le borse di Milano.
Ma ci ricorda anche qualcos’altro: che in Iran ci sono milioni di ragazze e ragazzi, molti della nostra età, che da anni lottano per la libertà. Che bruciano i veli in piazza, che protestano a rischio della vita, che scrivono sui muri «Donna, Vita, Libertà» sapendo che potrebbero finire in carcere o peggio. E che adesso, oltre alla dittatura, devono affrontare anche le bombe.
Questa è una storia che ci riguarda tutti. Non solo perché tocca il nostro portafoglio, ma perché tocca i diritti, la giustizia e il futuro di milioni di persone.