La piazza siamo noi: storia, simboli e comunità tra realtà e digitale

La piazza è da sempre il cuore pulsante della città. Simbolo ricco e multiforme, nel corso della storia è arrivata a significare molto di più di uno spazio urbano: la piazza è infatti centro della vita collettiva, motore della città e palcoscenico della storia, della politica e della comunità tutta. Dentro di essa si incrociano valori storici, sociali e culturali: è luogo d’incontro e scambio, spazio deputato alle celebrazioni pubbliche, ai riconoscimenti e alle decisioni importanti, perché la piazza è da sempre pensata come luogo aperto, libero, dove si può esprimere la propria posizione e ascoltare quella degli altri. 

Oggi, nell’epoca dei social network e della comunicazione digitale, la piazza non è più soltanto uno spazio fisico, ma vive e si trasforma anche sulle piattaforme virtuali dove ci si incontra, si discute e si protesta senza i confini imposti dalla materia. Ma come siamo arrivati fino a qui? Vediamo alcuni cenni storici.

Grecia e Roma: agorà e foro

I primi a dare rilevanza alla piazza sono stati gli antichi greci. L’agorà, la piazza principale della polis, era il luogo in cui si svolgevano tutte le attività centrali alla sopravvivenza della città: assemblee politiche, decisioni civiche e scambi commerciali. Ma in piazza si svolgevano anche iniziative culturali e sportive, gare ed eventi pubblici.

Derivato direttamente dall’agorà, il foro romano aveva caratteristiche simili ma, soprattutto all’inizio, tendeva ad avere una connotazione più commerciale. La popolazione romana, infatti, era meno politicamente attiva di quella greca, e il foro in un primo momento era una piazza di scambio. Successivamente, evolvendosi gli istituti politici e sociali romani, il foro divenne più simile all’agorà, cuore della vita pubblica, religiosa, giudiziaria e amministrativa. Per esempio, nel foro vennero collocate le basiliche, che a differenza di quelle cristiane, erano edifici amministrativi, ma c’erano anche templi e altre strutture del potere.

Medioevo e modernità: la piazza cambia forma non sostanza

Durante il periodo medievale la piazza assume urbanisticamente il ruolo che ancora oggi svolge nel modello europeo: il centro fisico della città, dove si affacciano chiese, mercati o palazzi comunali. Era infatti il punto nevralgico della vita collettiva, in un’ottica però diversa da quella antica: non c’è più lo spirito compartecipativo che connotava la vita politica greca o romana, ma la piazza è per il popolo principalmente luogo di ritrovo e scambio commerciale. Dal Rinascimento in poi le piazze iniziano a essere abbellite come luoghi di rappresentanza del potere, delle arti e della cultura cittadina. Diventano spesso teatro di spettacoli, esecuzioni pubbliche, celebrazioni di vittorie o visite di personaggi illustri.

Tra ‘800 e ‘900, però, c’è un ritorno alle origini: le lotte di classe, la percezione della disuguaglianza politica ed economica che imperversava in Europa spinge moltissimi a riappropriarsi della piazza come luogo sì d’incontro, ma anche e soprattutto di scontro. Scioperi, lotte sindacali e manifestazioni per migliorare le condizioni della classe operaia investono le piazze di tutta Europa, riportando in auge il modello greco della piazza come spazio identitario di libertà e apertura.

Movimenti giovanili: anni ’60 e ’70

Nel secondo dopoguerra sono i giovani a farla da padrone. La piazza diventa non solo luogo d’incontro e di scambio, ma soprattutto lo spazio della contestazione politica, sociale e culturale.

Costituitisi come gruppo sociale autonomo dall’età adulta e dall’infanzia, i giovani e giovanissimi costruiscono la propria identità collettiva, spesso trasgressiva e conflittuale, proprio nella logica della piazza: aperta, libera e potenzialmente inesplorata. In piazza si mettono in mostra i nuovi costumi – la minigonna, i “capelloni” e l’amore libero; in piazza si scende per manifestare, come nel Sessantotto francese, contro i padri-padroni e contro una cultura retrograda in cui non si crede più. La piazza è anche il luogo della vita politica attiva, quella dei sit-in, dei comizi aperti e degli scambi tra punti di vista diversi sempre nell’ottica del rispetto reciproco e della non-violenza.

Il passaggio dalla contestazione pacifica a quella violenta, però, è breve. Negli anni Settanta la piazza è spesso simbolo di contestazioni violente tra giovani e forze dell’ordine, e di attacchi terroristici che hanno reso la piazza stessa un luogo da cui fuggire.

Il riflusso: anni ’80 e ’90

Con il movimento del Settantasette finiscono gli Anni di Piombo, e la piazza torna a essere popolata. Tra gli anni Ottanta e Novanta, infatti, la piazza diviene luogo di ritrovo per eccellenza: paninari, rockabilly, dark e metallari si incontrano tutti nelle piazze principali delle città. Il consumismo trasforma le piazze in vetrine della vita pubblica e sociale per migliaia di giovani. Con la sola differenza che nell’ultimo decennio del XX secolo l’avvento di internet inizia a mettere in crisi questo meccanismo millenario: la piazza attira sempre meno ragazzi che sempre più spesso preferiscono passare i propri pomeriggi davanti al computer. Il web, infatti, risponde alla nuova necessità dei giovani di rifuggire la realtà, rispetto alla quale spesso si sentono impotenti, frustrati e insicuri, per rinchiudersi in sé stessi e in microcosmi anche virtuali.

La piazza oggi

Negli ultimi decenni la piazza è diventata quasi esclusivamente un luogo di transito. Google Maps ci fa passare per le piazze delle nostre città, ma viverle è tutta un’altra cosa. Certo, durante le manifestazioni la piazza si anima – da qui i commenti entusiasti di organizzatori e giornalisti che commentano i numeri sbalorditivi di persone – ma “la vita di piazza” non si fa più. O forse no.

Da quando è nato il web la simbologia della piazza – quella legata all’apertura, all’incontro e scontro, e allo scambio – si è reincarnata nella navigazione web: social, forum e siti sono diventati le nostre piazze. O meglio: le uniche che conosciamo e frequentiamo. Nella “piazza virtuale” si scambiano opinioni, di costruiscono movimenti anche politici, si fanno vere e proprie gogne: nulla di diverso da quanto avveniva nell’agorà greca, con la sola differenza che manca completamente il contatto fisico. Nell’antichità, infatti, se non ci si recava in spazi di comunità non c’era scambio, mentre oggi possiamo prendere decisioni fondamentali per la nostra vita e per quella di altri cittadini – pensiamo solo al voto politico digitale – comodamente seduti sul nostro divano.

La realtà social della piazza: pro e contro

Oggi siamo tutti sulla piazza. Non quella fisica, con il mercato e la chiesa, ma sulla piazza digitale o virtuale, come Mark Zuckerberg ed Elon Musk definiscono i social media. D’altro canto, già nella parola social network si nascondono tutti i significati prima attribuiti alla vita della piazza: la socialità, la creazione di comunità più o meno coese, e il confronto. Solo che mentre le piazze obbligano al rapporto e allo scambio diretto tra persone, fatto sia di parole che di linguaggio corporeo, negli spazi digitali non solo possiamo selezionare meglio le nostre argomentazioni, ma possiamo anche rifiutare il confronto sottraendoci da conversazioni scomode.

Come piazze digitali, i social hanno sottolineato gli aspetti positivi e inasprito quelli negativi della vita di piazza. Da una parte, infatti, l’accesso costante al web e il continuo contatto tra utenti favorisce la democrazia dello scambio, l’apertura e la libertà di espressione. Migliaia di forum online – ricalcando le orme del foro romano – nascono con la premessa di favorire l’incontro tra punti di vista diversi, secondo la logica della comunità costruita dal basso che la vita offline spesso non consente.

Dall’altra, però, i social sono ambienti privati e regolati da interessi commerciali, il che pone problemi di accessibilità, inclusività e democrazia. La piazza virtuale non è davvero pubblica e rischia di replicare (o amplificare) diseguaglianze e logiche di potere già presenti nella società. Basti pensare alla cancel culture e a tutte quelle forme di gogna mediatica che ricalcano molto i linciaggi di piazza dell’epoca antica. Il filtro e la selezione algoritmica, poi, la possibilità di creare “bolle di pensiero”, e la presenza di comportamenti tossici o di abusi rendono la piazza digitale diversa dalla tradizionale piazza fisica, dove il confronto è immediato e diretto.

La piazza domani: risorse per il virtuale

Da sempre la piazza è specchio della comunità, sia nello spazio urbano che nello spazio digitale, ma le regole e i rischi sono cambiati: serve più progettazione collettiva e una nuova consapevolezza. Se guardassimo la storia della piazza dall’alto, oggi ci collochiamo all’inizio del secondo giro di pista. Dopo il picco di fine XX secolo, l’avvento del web ci ha riportati all’età arcaica, quella dell’agorà e del foro, dove la piazza – oramai digitale – viene sì vissuta, ma dobbiamo ancora capire come. Oggi i social sono delle piazze arcaiche nel senso che gli utenti non hanno ancora tutti gli strumenti adatti per viverle consapevolmente.

Ma alcuni passi avanti li stiamo facendo: stanno nascendo apparati giuridici che regolano la vita sulla piazza virtuale, stiamo iniziando a regolarizzare gli scambi commerciali, la diffusione di contenuti più o meno pericolosi. Lodevoli sono i tentativi di creare piattaforme civiche digitali – come Ahwaa, Parlio, Decidim, vTaiwan – ideate per favorire il dibattito democratico e la sicurezza, ma questi spazi spesso non risultano economicamente sostenibili e non riescono ancora a competere con i grandi social commerciali.

Oggi la piazza, che sia reale o digitale, rimane uno specchio della nostra società e del nostro modo di costruire relazioni, comunità e confronto. Nella complessità della piazza virtuale si gioca parte del nostro futuro collettivo: dipende da noi trasformare questi spazi in luoghi dove le differenze non dividano, ma arricchiscano.

E tu, quale piazza abiti ogni giorno? Condividi la tua esperienza – reale o digitale – e raccontaci cosa significa per te “stare in piazza” oggi. La discussione è aperta, proprio come la piazza.

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