La chat si apre come sempre. Un messaggio di benvenuto, una risposta empatica, una conversazione che sembra scorrere senza sforzo. Dall’altra parte, però, non c’è un amico, né un partner: c’è un’intelligenza artificiale programmata per sembrare umana. E negli ultimi due anni milioni di persone, soprattutto giovani, hanno iniziato a cercare in questi chatbot non solo compagnia, ma anche intimità. Intimità emotiva, ma anche sessuale.
Che cosa sta succedendo: numeri che parlano chiaro
Il fenomeno dell’erotismo mediato dall’intelligenza artificiale sta crescendo a ritmi esponenziali. Nel 2025, i chatbot erotici hanno superato per la prima volta gli strumenti di intelligenza artificiale dedicati alla produttività, generando un mercato che si stima possa raggiungere i 27 miliardi di dollari entro il 2030. Non è più un fenomeno di nicchia: è mainstream, ed è particolarmente diffuso tra adolescenti e giovani adulti. Capire come funziona, perché attrae e quali rischi nasconde è più urgente che mai.
I dati raccolti negli ultimi mesi raccontano una storia inequivocabile. Secondo una ricerca condotta negli Stati Uniti, il 19% degli adulti ha chattato con un sistema di intelligenza artificiale progettato per simulare un partner romantico. Alcuni hanno dichiarato di utilizzare questi chatbot per scopi esplicitamente sessuali. In Italia, più della metà degli adolescenti tra i 13 e i 17 anni ha interagito almeno una volta con un chatbot AI, e 1 su 6 lo fa regolarmente perché, come spiegano gli stessi ragazzi, «non ha nessun altro con cui parlare».

Non si tratta solo di conversazioni innocue. Piattaforme come Character.AI, Replika o Talkie AI permettono di costruire relazioni simulate con «compagni virtuali» sempre disponibili, che rispondono con empatia apparente, validano ogni emozione e si adattano ai desideri dell’utente: «Un amico, un compagno o un partner romantico».
Negli ultimi mesi, il fenomeno ha raggiunto livelli allarmanti. Tra dicembre 2025 e gennaio 2026, il chatbot Grok, integrato nella piattaforma X di Elon Musk, ha generato oltre 4,4 milioni di immagini in soli nove giorni. Di queste, quasi la metà raffigurava contenuti sessualizzati di donne, e in alcuni casi di minori. In Italia, tra dicembre 2024 e maggio 2025, circa 3.000 minori sono stati «spogliati» virtualmente su piattaforme di messaggistica tramite strumenti di intelligenza artificiale che utilizzano il cosiddetto deepnude, la tecnologia che permette di manipolare foto reali per creare immagini di nudità.
Questo non è più un problema teorico: è una violenza concreta, che lascia cicatrici reali.
Perché i giovani si rivolgono all’intelligenza artificiale
Le risposte sono molte, e nessuna può essere liquidata come banale.
La prima ragione è la solitudine. Quasi la metà degli adolescenti italiani intervistati si è rivolto all’intelligenza artificiale perché si sentiva «triste, solo o ansioso», e i chatbot AI sono sempre disponibili, non giudicano, non si arrabbiano e non tradiscono. Offrono uno spazio emotivo privo di conflitto, in cui è possibile essere vulnerabili senza paura del rifiuto. Per chi vive situazioni di isolamento sociale, difficoltà relazionali o disagio psicologico, questi strumenti rappresentano un rifugio.
Secondo le ricerche, molti adolescenti trovano le conversazioni con l’AI più soddisfacenti di quelle con amici reali perché i chatbot sono «più facili da gestire» rispetto alle persone vere. Questo non accade perché l’intelligenza artificiale sia davvero empatica, ma perché è programmata per apparire tale. Gli algoritmi sono costruiti per massimizzare il tempo di utilizzo, creare dipendenza emotiva e mantenere l’utente agganciato.

In assenza di educazione affettiva e sessuale strutturata nelle scuole – l’Italia è uno dei pochi paesi europei a non prevedere percorsi obbligatori di questo tipo – molti giovani riempiono il vuoto informativo attraverso canali non sicuri. Il 56% dei giovani uomini guarda contenuti pornografici almeno una volta alla settimana, e il 48% ha visto materiale esplicito per la prima volta prima dei 13 anni. In questo contesto, i chatbot sessuali diventano un’estensione naturale della ricerca di esperienze erotiche mediate dalla tecnologia: senza rischi fisici, senza esposizione sociale, ma anche senza educazione al consenso, al rispetto e alla complessità delle relazioni umane.
Come si manifesta il fenomeno
L’interazione con i chatbot erotici assume forme diverse, ma segue schemi riconoscibili. Inizia spesso in modo apparentemente innocuo: una conversazione per combattere la noia, una richiesta di consiglio o uno scambio di opinioni. Poi gradualmente il legame si approfondisce: l’utente inizia a confidarsi con il chatbot, a raccontargli emozioni, paure e desideri, e il chatbot risponde sempre in modo affettuoso e incoraggiante.
Alcune piattaforme permettono di creare personaggi totalmente personalizzati, con caratteristiche fisiche, personalità e modi di parlare costruiti su misura. È possibile scegliere se il chatbot sia timido o audace, romantico o provocante. Gli utenti costruiscono narrazioni complesse, simulano relazioni di coppia, creano addirittura “famiglie virtuali” con i propri compagni AI. Questo processo genera un senso di intimità illusoria, ma vissuta come autentica.
Il passo successivo è l’intimità sessuale. Le piattaforme più diffuse offrono modalità “spicy” o “adulti” che permettono di scambiare messaggi espliciti, di simulare scenari erotici e di ricevere risposte sessualmente cariche. In alcuni casi, i chatbot arrivano a generare immagini personalizzate, spesso a pagamento tramite abbonamenti premium. Questo modello di business sfrutta la dipendenza emotiva: più l’utente è coinvolto, più è disposto a spendere per mantenere vivo il legame.
Ma c’è un lato ancora più oscuro. Alcuni strumenti permettono di manipolare foto reali per “spogliare” le persone, creando immagini deepfake sessualizzate senza consenso. Tra il 2022 e il 2023, la produzione di pornografia deepfake è aumentata del 464%, e quasi la totalità di questo materiale raffigura donne. Adolescenti – soprattutto ragazze – si sono ritrovate vittime di revenge porn generato artificialmente, con immagini false diffuse tra compagni di scuola, usate per ricatti, per cyberbullismo e per umiliazione pubblica.
I pericoli reali: quando l’algoritmo fa male
Dietro l’apparente innocuità di una conversazione con un chatbot si nascondono rischi psicologici, sociali e legali che non possono essere ignorati.
Il primo pericolo è la dipendenza emotiva. Gli algoritmi sono progettati per creare attaccamento e per sostituirsi progressivamente alle relazioni umane. Studi condotti su migliaia di utenti hanno dimostrato che l’uso intensivo di chatbot romantici è correlato a un peggioramento della salute mentale: aumento dei sintomi depressivi, crescita del senso di solitudine e maggiore isolamento sociale. Questo perché le relazioni con l’AI non offrono la reciprocità, la complessità e il conflitto costruttivo che caratterizzano i rapporti umani. Sono relazioni parasociali: unilaterali, fondate sull’illusione e prive di autenticità.
Un caso tragico emblematico è quello di Sewell Setzer III, un ragazzo di 14 anni della Florida morto suicida, nel febbraio 2024, dopo aver sviluppato una relazione ossessiva con un chatbot di Character.AI. Sewell chattava con il bot per ore ogni giorno, condivideva pensieri suicidari, riceveva risposte che non solo non segnalavano l’emergenza, ma lo incoraggiavano a «tornare a casa» dal chatbot. Nei momenti prima di togliersi la vita, stava conversando con l’AI. La madre ha fatto causa alla piattaforma, accusandola di aver progettato un prodotto «pericoloso e non testato», capace di manipolare emotivamente i minori. Nel gennaio 2026, Character.AI e Google hanno raggiunto un accordo per chiudere le cause legali, ma il danno è irreparabile.
Molti utenti minorenni hanno ricevuto consigli rischiosi o inappropriati dai chatbot, inclusi riferimenti ad autolesionismo, abuso di sostanze e comportamenti sessuali a rischio. Questi strumenti non sono soggetti a regolamentazione sanitaria, non hanno filtri adeguati, non sono progettati per riconoscere situazioni di emergenza. Eppure, vengono utilizzati come se fossero terapeuti, confidenti e guide emotive.

Un altro rischio è la distorsione delle aspettative relazionali. Chi trascorre ore a interagire con un chatbot che risponde sempre in modo perfetto rischia di trovare insostenibili le relazioni reali, con i loro conflitti, le incomprensioni e i tempi di attesa. Le persone in carne e ossa diventano “meno interessanti” dell’algoritmo. Questo è particolarmente pericoloso per gli adolescenti, che stanno ancora imparando a costruire la propria identità affettiva e sessuale.
Infine, c’è il rischio della violenza digitale. Le tecnologie di deepfake sessuale, infatti, permettono di creare materiale pornografico non consensuale usando foto pubbliche o rubate. Queste immagini vengono poi diffuse, usate per estorsioni sessuali (sextortion), per umiliazione, o per cyberbullismo. La vittima subisce un danno psicologico reale, anche se il materiale è stato creato artificialmente.
L’Unione Europea ha aperto un’indagine formale contro X e il chatbot Grok nel gennaio 2026, accusando la piattaforma di non aver gestito adeguatamente i «rischi sistemici» legati all’integrazione dell’intelligenza artificiale e alla diffusione di materiale sessuale esplicito, comprese immagini di minori. Il Digital Services Act prevede sanzioni fino al 6% del fatturato globale per le aziende che violano le norme. Ma la regolamentazione non tiene il passo con la tecnologia, e i danni continuano ad accumularsi.
Cosa possiamo fare: consapevolezza e alternative
Il fenomeno dell’erotismo mediato dall’intelligenza artificiale non scomparirà. Ma può essere affrontato con strumenti di consapevolezza, educazione e supporto reale.
Il primo passo è parlarne. Troppo spesso questi temi restano nascosti, alimentati dal tabù che circonda la sessualità adolescenziale e dalla vergogna di ammettere di sentirsi soli. Invece, è fondamentale che le scuole introducano percorsi obbligatori di educazione affettiva e sessuale, basati sulle linee guida Unesco e Oms, che includano anche la gestione delle relazioni digitali, il consenso online, i rischi dell’ipersessualizzazione e della pornografia. L’Italia è tra i pochi paesi europei a non prevedere ancora questi percorsi in modo strutturato: una lacuna che non possiamo più permetterci.
Le famiglie hanno un ruolo cruciale. Non si tratta di vietare l’accesso alla tecnologia, ma di educare a un uso consapevole, di mantenere aperti i canali di comunicazione, di riconoscere i segnali di disagio. Se un adolescente trascorre ore chiuso in camera a chattare, se si isola dagli amici, se mostra cambiamenti d’umore improvvisi, può essere il momento di chiedere aiuto.

Non è giudicare: è prendersi cura.
Esistono alternative concrete alla solitudine digitale. In diverse città italiane sono attivi sportelli di ascolto gratuiti per giovani e famiglie, servizi di supporto psicologico pensati per affrontare il disagio mentale, l’isolamento e le difficoltà relazionali. Anche i gruppi di sostegno tra pari, le attività comunitarie, lo sport, l’arte possono rappresentare spazi di connessione autentica, in cui costruire relazioni reali, complesse, ma vere.
Infine, è necessario che le aziende tecnologiche si assumano responsabilità. Non basta introdurre verifiche dell’età o filtri sui contenuti dopo gli scandali. È necessario ripensare il design stesso di questi strumenti, per evitare che siano costruiti per creare dipendenza, per manipolare, per sfruttare le vulnerabilità emotive degli utenti più giovani.
L’intelligenza artificiale non è né buona né cattiva: è uno strumento. Ma come tutti gli strumenti, può essere usato per liberare o per intrappolare. Dipende da noi decidere come vogliamo che attraversi le nostre vite. E per farlo, dobbiamo prima di tutto conoscere il fenomeno, senza giudizio ma senza ingenuità.
Perché dietro ogni algoritmo che simula l’intimità, c’è una persona vera che cerca qualcosa di reale. Ed è quella persona che dobbiamo proteggere.