Negli ultimi anni, omicidi, attentati, violenze e forme diffuse di razzismo sistemico hanno mostrato una realtà scomoda: il razzismo non è un fenomeno appartenente al passato, ma continua a influenzare profondamente il presente. I casi di razzismo più famosi degli ultimi anni evidenziano la presenza di un fenomeno difficilmente derubricabile a singoli episodi di odio, ma se analizzati aiutano a costruire uno schema utile a comprendere come funzionano oggi le discriminazioni.
E una domanda sorge spontanea: dopo questi eventi è davvero cambiato qualcosa?
George Floyd: quando un caso diventa simbolo globale
Il 25 maggio 2020, a Minneapolis, George Floyd muore durante un arresto, soffocato dall’agente Derek Chauvin. Le immagini fanno il giro del mondo e la frase “I can’t breathe” diventa un simbolo immediatamente riconoscibile.
L’impatto di questo evento va oltre il singolo caso e il movimento Black Lives Matter acquisisce una visibilità globale portando milioni di persone in piazza. Per la prima volta su scala così ampia, il dibattito pubblico si concentra sul concetto di razzismo sistemico, spostando l’attenzione dal comportamento individuale alle strutture sociali e istituzionali.
Questo passaggio rappresenta uno dei cambiamenti più rilevanti degli ultimi anni, poiché oggi è molto più difficile ridurre atti di razzismo a meri episodi isolati.

Il razzismo in Europa: tra violenza e normalizzazione
Se il caso Floyd ha avuto una risonanza globale, alcuni episodi europei hanno mostrato che il problema delle discriminazioni razziali non è circoscritto agli Stati Uniti.
Nel febbraio 2020, a Hanau in Germania, un attentatore di estrema destra uccide nove persone con origini “immigrate”. Una strage che mette in evidenza la crescita dell’estremismo e il radicarsi di narrazioni xenofobe nel contesto europeo.

Anche in Italia, il 3 febbraio del 2018 a Macerata, Luca Traini spara contro delle persone di origine africana, trasformando la discriminazione in violenza diretta. Questo evento, nel nostro paese ha avuto una fortissima risonanza mediatica che ha coinvolto non solo l’opinione pubblica, ma anche la politica stessa in quanto avvenuto durante la campagna elettorale alle politiche del 2018. Questi eventi mostrano come il razzismo contemporaneo possa emergere in forme estreme in contesti già segnati da tensioni sociali e polarizzazioni.

Il razzismo quotidiano e sistemico
Concentrarsi solo sugli episodi più eclatanti rischia, però, di nascondere una dimensione fondamentale del problema. Le discriminazioni razziali si manifestano anche nella quotidianità, spesso in modo meno visibile ma altrettanto incisivo.
Secondo l’Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali, infatti, una quota significativa di persone di origine africana dichiara di aver subito discriminazioni nella vita di tutti i giorni: in ambito scolastico, nell’accesso al lavoro, nello sport, nel trovare un’abitazione e una maggiore esposizione a controlli e profilazione etnica.
In questo contesto, il concetto di razzismo sistemico diventa essenziale per comprendere come le disuguaglianze non siano casuali, ma sono il risultato di meccanismi radicati nelle istituzioni e nelle pratiche sociali.

La pandemia e il ritorno del capro espiatorio
Tra i casi di razzismo più evidenti degli ultimi anni rientrano anche le discriminazioni contro le persone di origine asiatica durante la pandemia di COVID-19. A partire dal 2020, si registra un aumento significativo di aggressioni e insulti in diversi Paesi, dagli Stati Uniti all’Europa fino all’Australia.
Questo fenomeno nasce dalla nascita del virus proprio nel continente asiato e dimostra quanto il razzismo possa riemergere rapidamente in momenti di forte crisi. La ricerca di un responsabile porta spesso a individuare gruppi da colpevolizzare, riattivando stereotipi e pregiudizi già presenti nella società.

Migrazioni e frontiere: quando il razzismo diventa politico
Negli ultimi dieci anni, uno dei contesti in cui il razzismo si manifesta con maggiore evidenza è quello delle migrazioni. Le violenze alle frontiere europee e le tensioni al confine tra Stati Uniti e Messico hanno mostrato come le politiche migratorie possano produrre discriminazioni sistemiche.
Respingimenti, detenzioni in condizioni critiche e trattamenti degradanti nei confronti di migranti e richiedenti asilo sollevano interrogativi profondi su chi abbia accesso ai diritti e in quali condizioni. In questo senso, il razzismo non riguarda solo atteggiamenti individuali, ma anche decisioni politiche e istituzionali che incidono direttamente sulla vita delle persone.

Cosa è cambiato (e cosa no)
Volgendo lo sguardo gli episodi accaduti nella storia recente, appare chiaro come le discriminazioni persistono. Ma rispetto al passato, oggi il razzismo è più visibile, più discusso e più riconosciuto. Il tema delle discriminazioni, infatti, è diventato sempre più centrale nel dibattito pubblico globale. La consapevolezza pubblica e individuale è cresciuta e il linguaggio si è evoluto, portando alla luce concetti come razzismo sistemico e discriminazione strutturale al centro del dibattito. Allo stesso tempo, movimenti globali e mobilitazioni hanno reso il tema sempre più visibile e vivo.
Ma la consapevolezza, da sola, non basta a eliminarlo. I dati continuano a mostrare disuguaglianze significative e gli episodi di violenza non sono scomparsi. Questo significa che il cambiamento culturale, pur importante, non si è ancora tradotto in una trasformazione profonda delle strutture sociali. Comprendere questi fenomeni è il primo passo. Il secondo, più complesso, è trasformare questa consapevolezza in cambiamento reale.