L’esposizione dei bambini sui social

Da anni è molto dibattuto il tema del “parental sharing”, un fenomeno per cui alcuni genitori creano contenuti digitali della quotidianità dei propri figli su piattaforme online. Recenti studi definiscono e analizzano questo fenomeno nel contesto della tutela della privacy minorile. Ne evidenziano gli aspetti negativi, tra cui la negligenza nella tutela della privacy, dell’identità digitale e i danni nello sviluppo dell’identità e dell’individualità del bambino.

Quali sono i principali rischi?

In primo luogo, si evidenziano i rischi nel rivelare dati sensibili come la geolocalizzazione e la creazione di un’identità digitale che il bambino non ha scelto, una traccia permanente. L’Autorità Garante per la Protezione dei Dati Personali, l’UNICEF e il Comitato ONU sui diritti dell’infanzia, hanno richiamato l’attenzione sul fatto che la costruzione precoce di una identità digitale possa avere conseguenze a lungo termine sulla privacy, sulla reputazione e sulle opportunità future del minore. L’esposizione precoce e frequente può influire sul modo in cui il bambino percepisce se stesso e la propria autonomia. Fin da piccoli “diventano oggetto” di contenuti, senza che possano decidere il se, il come e il quando. Inoltre, vengono associati a un’immagine già costruita da altri che difficilmente potrà essere cancellata.

Tutto questo può generare un senso di estraneità rispetto alla propria identità o, come sottolineano gli psicologi dello sviluppo della London School of Economics, spingere i bambini a interiorizzare un modello di sé costruito per essere “condiviso”. Ogni qualvolta si condivida un qualsiasi contenuto, questo raggiunge, un’audience che può usarlo per scopi secondari di dubbia moralità, rendendo il bambino una potenziale vittima di pedopornografia, cyberbullismo o grooming (adescamento).

Foto di minori: davvero ne abbiamo bisogno?

Secondo il rapporto “Children’s Rights and the Digital World” (UNICEF, 2021), più del 50% dei contenuti pedopornografici proviene da immagini pubblicate da genitori o familiari, senza intenzione dannosa ma allo stesso tempo senza consapevolezza. Il minore non è in grado di dare un valido consenso a essere inserito in una narrazione pubblica. Alcuni studiosi hanno sottolineato che questo può essere considerato una forma di sfruttamento, anche inconsapevole, e viola le normative sulla privacy. Il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati stabilisce che il consenso del minore per l’uso dei propri dati online non è valido sotto i 14 anni (in Italia).

Il bambino ha bisogno di sbagliare, imparare e sperimentare senza che questo comporti l’esposizione a un giudizio e a una visibilità che vada al di fuori della sfera privata. Crescendo ciò rende difficoltoso, una volta divenuto un giovane adulto, il crearsi un’identità personale che si distacchi da quella consolidata “nell’audience”.

Alcuni studi del MIT hanno osservato come la costante presenza dei social nella vita familiare stia alterando il modo in cui i bambini sviluppano la consapevolezza di sé e la capacità di costruire relazioni autentiche. Questo perché l’immagine pubblica tende a prevalere sull’esperienza reale. Gli enti per la tutela dei minori raccomandano di evitare di condividere foto o video dei bambini, soprattutto su profili pubblici e, se lo si sceglie di fare, di non rivelare alcun dato sensibile, il volto e il nome del bambino.

Organizzazioni come Save the Children, Telefono Azzurro e il Centro Nazionale per la Sicurezza in Rete promuovono campagne di sensibilizzazione sull’uso dei social in famiglia, sottolineando che la protezione dei minori inizia dalla consapevolezza digitale dei genitori.

Prevenzione e tutela

Le piattaforme social stanno cercando di dare il loro contributo in materia di privacy intervenendo con regole più strette: Instagram e TikTok hanno introdotto restrizioni automatiche per i profili di minori di 16 anni e limitato la condivisione di contenuti pubblici. Tuttavia, l’efficacia di queste misure è ancora limitata senza un’adeguata educazione digitale, in quanto al momento facilmente aggirabili.

Importante è promuovere l’educazione digitale nelle scuole, insegnando a riconoscere contenuti falsi e a gestire la propria identità online. Sottolineando l’importanza dell’individualità e della consapevolezza che tutto ciò che viene condiviso è difficilmente eliminabile. Un’educazione digitale critica e affettiva aiuta sia bambini che adulti a comprendere che la costruzione della propria immagine in rete è parte integrante del proprio sviluppo identitario e dei propri rapporti umani.

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